Papad Zilla è lo pseudonimo di un giovane fotografo, Pino Lombardo, dotato di un talento visivo davvero molto interessante. L’artista, classe 1978, sembra avere due anime: una in bianco e nero con la quale racconta squarci di vita cittadina struggenti e intimistici; un’altra, invece, decisamente più pop che esplode nel colore e si focalizza soprattutto sul corpo femminile in straniante interazione con l’ambiente.
Quando hai cominciato a fotografare?
Avendo avuto madre e padre che praticavano la fotografia, faccio fatica a ricordare un momento della mia vita che è rimasto impresso nella mia mente senza essere rimasto impresso anche sulla carta fotografica. Ricordo lo scatolo della mia prima camera fotografica come fosse stato un giocattolo, anche perchè per me è rimasto un gioco. Non è che non dorma la notte per pensare come trasformare un pensiero in una foto, a me viene facile. Girando per Barcellona con un mio amico architetto mi sono reso conto di quante cose bisogna allineare in un attimo per fare una foto. e a me questa cosa viene estremamente semplice. Comunque una foto molto sginificativa l’ ho fatta a 17 anni, dopo avere avuto un terribile incidente stradale. Mi sono autoritratto accanto un televisore che emetteva il segnale del cosmo, quei puntini in bianco e nero per intenderci. e mi sono infilato la spina in bocca. Dopo tanti anni, un giorno guardando questa foto mi sono reso conto dove è iniziato questo mio modo di fare le cose.
Nelle tue immagini si alternano il bianco e nero e il colore: vuoi parlare di questa tua doppia anima?
Si, per me sono due cose totalmente diverse anche se nascono dallo stesso mezzo d’ espressione, cioè la fotografia. La differenza sostanziale tra le due cose è questa: quando vado a realizzare un reportage le foto conservano il taglio e la resa cromatica originali, in pratica posso alzare un negativo e dire questa foto è mia, non dice bugie, era un momento, in un posto, secondo me. Niente post produzione, niente dialogo con i soggetti fotografati. una sola camera, un solo obiettivo ed il sole come direttore della fotografia.
Invece governo l’ altro tipo di fotografia assemblando la scansione di più diapositive che post produco personalmente. Mi posso sbizzarrire a dire quello che voglio perchè non sono costretto in un unico momento ma posso metterne insieme diversi. Anche se
disdegno totalmente quel genere di fotografie realizzate assemblando il mare dei Caraibi, il cielo della Norvegia e la modella fotografata a superstudio.

E’ difficile per un giovane artista affermarsi in Italia. Quali sono le difficoltà maggiori che incontri nella tua attività?
Mamma santa s’ è difficile. Innanzitutto si tratta di una cerchia di persone ben chiusa. Potresti esssere Caravaggio, ma la tua identità esiste solo nel momento in cui possono associarti ad una conoscenza diretta o meglio ancora una parentela. Ma su questo non voglio dilungarmi perchè rischio di avvelenare anche il tuo sito…
Di recente hai esposto in un negozio di Napoli un manichino “ucciso”: qual è il senso di questa installazione così forte? Si tratta di una denuncia o di semplice provocazione?
Ma, il senso per me era lo stesso di sempre. Denunciare quello che penso attraverso l’ arte. Faccio le cose in maniera surrealista, ho un secchio che riempio di sensazioni. Ed alla fine, quando vado a fare qualcosa, esce fuori quello che avevo dentro. Non è stata nè una trovata pubblicitaria nè una cosa fatta per fare rumore. Mi sono sentito anche un po’ Forrest Gump, tutti mi chiedevano perchè l’avevo fatto.
Ma era solo una cosa che avevo dentro. Tanto clamore era disatteso sia in me sia negli stilisti per cui l’ ho realizzata.
Forse ho fatto tante altre cose in maniera più ambiziosa, ma per il momento queste cose giacciono parcheggiate nelle scatole che con fatica mi porto
dietro da una casa all’ altra…
Cosa significa per te fotografare?
Forse quello che per altre persone significa respirare.














