Terra sospesa

A.Covino Bassa

L’Associazione Culturale Officine Fotografiche ospita,la mostra, cura dell’Associazione Culturale Punto di Svista,
del fotografo romano Alfredo Covino dal titolo “Terra Sospesa”. La personale raccoglie una serie di immagini che raccontano in modo lucido e con grande sensibilità  il  kurdistan turco. Un reportage sui generis che offre uno spaccato del conflitto politico culturale tra il governo turco e la minoranza curda del Paese, uno scontro che si protrae da anni senza che se ne veda la risoluzione e che ha trasformato una etnia in un popolo fantasma abitante, appunto, in una Terra sospesa.

Covino con un analogo approccio, partecipe e diretto, aveva raccontato nel reportage dal titolo “Cara Moldova”, la vita di una famiglia moldava emigrata a Roma: un lavoro originale che si è aggiudicato il prestigioso premio “Yann Geffroy 2008”, assegnato dall’Agenzia Grazia Neri.

L’esposizione si inaugura il 13 Novembre alle 18.00 nella sede di Officine Fotografiche a Roma, ed è previsto un incontro con l’autore Alfredo Covino e Con Maurizio G. De Bonis critico e direttore di Cultframe – Arti Visive che ha realizzato il testo critico della personale di questo interessante giovane fotografo. La mostra si chiuderà l’11 Dicembre 2009 ed è ad ingresso gratuito dal lunedì al venerdì dalle 16.00 alle 19.30.

Si legge nella presentazione di Maurizio G. De Bonis: “Alfredo Covino percorre coordinate espressive del tutto personali. Il suo modo di vedere la presunta realtà scaturisce da un sentimento creativo che denota una tendenza naturale a utilizzare la fotografia come mezzo di conoscenza del mondo, in senso filosofico. L’atto dello scatto è per questo fotografo il gesto finale di un processo di riflessione dai tratti profondamente umani. Dunque, per Covino la pratica della fotografia è in primo luogo territorio all’interno del quale esprimere una solidarietà vera nei riguardi di ciò che i suoi occhi catturano. È possibile affermare come il suo lavoro possieda delle caratteristiche autenticamente politiche, le quali vengono mescolate a fattori creativi che attengono anche alla sfera della poesia visuale. Per questi motivi, il risultato del suo “perdersi” nel Kurdistan turco non è legato agli stilemi del reportage, i quali anzi sono chiaramente negati. Rappresenta invece la visualizzazione evocativa di un’allusione a ciò che di più indecifrabile ed enigmatico possa albergare nell’essere umano: il rapporto imperscrutabile tra la propria coscienza e la collettività che casualmente lo ospita nel suo passaggio terreno”.

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