Anche gli scatti digitali adesso assumono sembianze diverse; il movimento e le sfocature dipingono visioni ordinarie di giornate uggiose e crepuscolari, regalando la percezione di attimi senza tempo né luogo
Simona Bonanno è una giovane artista di Messina che si è formata artisticamente dapprima nella sua terra, per poi proseguire gli studi a Parigi. Simona ha partecipato a numerose mostre ed eventi, nel 2008 si è classificata seconda al Concorso Fotografico Obiettivo Donna, sezione elaborato digitale mentre nel 2007 invece ha vinto il primo Premio Nazionale Massimo Piccione. Simona, che si occupa anche di grafica e di illustrazione, nel suo sito e nel suo spazio flickr presenta una rassegna di scatti a colori e in b/n, molti dei quali realizzati con una Holga, che hanno un respiro surreale, quasi magico. Ecco quello che Simona ha da dire su di sé e sul scomodo di intendere la fotografia…
“In principio era analogico. Così inizio tanti anni fa, inseguita dall’esigenza di concludere i miei studi accademici con un esame di Fotografia. Imparo la storia, l’uso della macchina fotografica, i tempi di posa e le aperture di diaframma, srotolando rullini su rullini nel tentativo di soddisfare un professore troppo lontano dal mio modo di “intendere” la Fotografia.
Così il mio portfolio fotografico, un embrione offuscato di quello che è diventato oggi, non soddisfa il mio caro professore, ma mi da lo slancio iniziale per trovare la mia strada nella Fotografia. Ma la strada è ancora lunga da percorrere, ricca di pendii e curve a gomito, e di spiazzi in cui ogni tanto mi diletto a sostare.
Poi fu il digitale. Tutto diventa allora più immediato, più consistente. Non più facile. La strada davanti si srotola come i rullini di un tempo, i miei passi hanno falcate più lunghe e veloci. Ma le salite ci sono sempre, forse adesso ancora più ripide, perché è maggiore la voglia di arrivare in alto, perché più vedi la vetta e più la brami, anche se quella vetta continua a spostarsi nello spazio e nel tempo come un miraggio. Non si arriva mai, questo l’ho sempre creduto. E un giorno, su quella strada, incontro Holga. Piccola, brutta, leggera e di plastica. E analogica. Ma me ne innamoro perché mi ricorda momenti passati. Così ritornano le attese e le pose contate, ma con esse aumenta proporzionalmente la passione. Holga mi trascina in un mondo in cui i colori diventano acquerelli impalpabili, in cui i bianconeri vengono percepiti in tutta la loro grana polverosa. Attraverso tempi di posa ed esposizioni multiple, scopro un nuovo, ennesimo modo di “vedere” la Fotografia; un linguaggio in cui l’immagine reale diviene distorta, in cui i toni danno vita ad immagini pittoriche e suggestive.”















