Francesco Pignatelli: il codice della luce

milano-2003

Francesco Pignatelli è un fotografo milanese, città dove vive e lavora, che ha scelto la strada della sperimentazione. Le sue immagini si servono della fotografia per costruire vere e proprie opere d’arte contemporanea che affascinano per la loro capacità di interpretare la realtà. Nel suo ultimo progetto, dal titolo Translations, Pignatelli si spinge oltre il territorio dell’immagine trasformando la luce in codici alfanumerici con risultati davvero sorprendenti…

Come è approdato alla fotografia astratta?

E’ astratta solo in apparenza. In realtà si tratta di una scrittura che nasconde una immagine figurativa, decodificata attraverso il linguaggio contemporaneo della fotografia. Questo, fra l’altro, è l’unico mio lavoro che nasce e finisce in digitale. Solitamente scatto in analogico per avere un negativo vero e proprio su cui lavorare. Quello che, invece, più mi interessa del digitale è proprio il suo “linguaggio”. La luce, al momento dello scatto, non lascia più la sua traccia sul negativo ma diventa codice. Sono rimasto sorpreso nel constatare che oggi, nel XXI secolo, stiamo percorrendo la strada inversa rispetto a quello che fecero gli egizi 5.000 anni fa. A quell’epoca escogitarono un metodo di decodifica delle immagini (disegni) per creare una forma di scrittura. Noi, oggi, abbiamo decodificato una forma di scrittura (binaria o esadecimale) per rappresentare la realtà e quindi per creare immagini. Questo è ciò che mi ha coinvolto al punto da realizzare il lavoro “Translations” dove ho voluto affrontare temi universali proprio per dimostrare come nel corso dei secoli possano cambiare i linguaggi ma non i problemi che da sempre stimolano il pensiero umano (nascita, morte, pace, guerra etc.).

In quale modo realizza le sue immagini?

Ho utilizzato una serie di fotografie prese da internet e poi ho usato un programma che mi ha permesso di decodificarle in un codice alfanumerico chiamato esadecimale. Dopodiché ho cominciato a lavorare su queste fasce di numeri\lettere nel tentativo di meglio rappresentare ogni singolo tema di cui si compone “Translations”.

Cosa vuole raccontare attraverso i suoi lavori? Le sue sono immagini che sembrano tanto distanti dalla realtà ma che forse ne sono solo la sintesi…

Vorrei intanto precisare che gli scatti originari non sono miei ma di autori vari che si sono dedicati particolarmente al ritratto. Perché è questo che le incomprensibili immagini di “Translations” mostrano. Tutte quelle strane scritture non sono altro che facce, primi piani di persone che hanno in qualche modo rappresentato, nella nostra epoca, il tema che ognuna delle 18 immagini di “Translations” raffigura.

Dove prevede che approderà ancora la sua ricerca? francescopignatelli

In questo momento, sono rivolto verso una forma di fotografia scultorea, dove la carta fotografica diventa materia per meglio rappresentare l’immagine che mostra. E’ una evoluzione del mio lavoro precedente “Fragile”.

Il suo modo di fotografare e astratto, un modo di interpretare le  immagini direi filosofico dove scattare si trasforma in un lavoro a sottrarre. Quali sono gli elementi della realtà che maggiormente stimolano la sua creatività?

Non esiste un qualcosa in particolare, direi che dipende dal momento. Se guardo ai miei lavori precedenti mi rendo conto che gli stimoli sono sempre stati diversi: in “Telling Portraits” prediligevo la figura umana e la sua dimensione psicologica, in “Reversed Cities” gli elementi più banali delle grandi metropoli, in “Reversed Renaissance” i grandi capolavori della pittura italiana rinascimentale, in “Fragile” i boschi intesi come natura contaminata dall’uomo, in “Handle with care” l’immagine come materia plastica e in “Translations” il linguaggio come sintesi estrema dell’immagine.  Il denominatore comune di tutti questi progetti è senz’altro la volontà di andare oltre la rappresentazione oggettiva della realtà per contribuire a dare una visione alternativa del nostro mondo. Il lavoro di sottrazione è parte essenziale del mio modo di guardare. Oggi viviamo in un’epoca invasa da informazioni di ogni genere, tutti siamo abituati a viaggiare in lungo e in largo e la nostra esperienza visiva è ormai talmente vasta che per me non ha più senso scattare una fotografia, ad esempio, di uno scorcio urbano così come lo vedo. L’artista è colui che filtra la realtà con il proprio vissuto, trasformando ciò che vediamo in ciò che non avremmo mai immaginato di vedere.  E’ questo che mi interessa di più in un autore: la sua capacità di rendere visibile l’invisibile trasformando una cosa reale in qualcosa di sconosciuto.

Ci sono dei fotografi o degli artisti in particolare che l’hanno influenzata nel suo percorso creativo?

Tutti gli artisti che hanno avuto la forza di soggiogare la tradizione a favore dei propri istinti aprendo nuove strade nel linguaggio visivo. Se devo citare chi ha lavorato con la fotografia mi viene subito in mente Alfred Stieglitz che non ha mai avuto paura di contraddirsi passando dalla straitght photography agli “equivalents”, o Man Ray che ha usato la fotografia per andare più a fondo nell’immagine, poi Rodcenko che ha ridefinito l’inquadratura inventando nuovi punti di vista, e ancora le astrazioni di Harry Callahan , i muri di Aaron Siskind, i paesaggi di Mario Giacomelli, l’immaginazione di Duane Michals e tanti altri. Fra i pittori penso alla potenza visionaria di Chaim Soutine, alla materia di Rouault, all’occhio rapido di Monet soprattutto nell’ultima parte della sua vita, alla libertà di Picasso e poi alla luce di Rothko, all’incredibile solitudine delle figure di Bacon, all’essenza della figura nella scultura di Giacometti. Per essere più recenti mi piace il lavoro di William Kentridge, di Richard Long e di Bill Viola.

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