I reportage esistenziali di George Tatge

George Tatge è un fotografo molto particolare, intimo e universale allo stesso tempo. In mostra fino al prossimo 5 aprile al Museo di Roma in Trastevere, con la personale dal titolo ‘Presenze. Paesaggi italiani’, Tatge propone 76 scatti che ritraggono un viaggio in b/n attraverso le meraviglie della nostra penisola. Immagini che riescono ad andare oltre la superficie del paesaggio cogliendone particolari e sfumature profonde. Paesaggio di George Tatge

Sua madre è italiana e suo padre americano, è nato a Istanbul, e il suo maestro per quanto riguarda la fotografia è ungherese. Ora vive a Firenze… Questo le permette di avere una visione del mondo molto dinamica e aperta, in che modo questo suo aspetto della sua biografia incide sul suo modo di fotografare?

Ho vissuto in tanti paesi del mondo prima di scegliere, da adulto, di vivere in Italia.  Forse questo mi ha aiutato ad essere più aperto verso le idee e le credenze altrui. Sono attratto dai simboli e i segni che ricoprono sia il paesaggio naturale che quello urbano.  Sono lasciti di un lontano passato comune, universale. Lo studio comparativo delle mitologie dimostra che i popoli dai quattro angoli della terra hanno legami in comune che, purtroppo, con i secoli, sono stati lacerati dalle religioni istituzionali. Questi segni sono degli archetipi visivi che hanno significati profondi nello psiche umana, come bene hanno dimostrato sia Freud che Jung.

I suoi paesaggi sono luoghi dell’anima più che veri e propri luoghi fisici, quali sono le sensazioni che mette in primo piano quando fotografa uno di questi luoghi?

tatge-4Hai recepito benissimo.  Non c’è niente di più inutile riguardo alle mie fotografie che chiedere “Dove l’hai fotografato?”. La sensazione, poi, dipende dal soggetto che mi ha catturato, può essere stupore dalla bellezza, o malinconia di fronte ad un luogo abbandonato, o invece un ironico divertimento di fronte ad un paesaggio curioso.

Ammiro molto gli artisti Land Art degli anni ‘70 e ‘80 come Robert Smithson e Richard Long, e mi piace trovare installazioni simili create inconsapevolmente da persone umili o da persone che non hanno nessuna preparazione accademico formale.  Insomma trovo che sia affascinante che le forme e le strutture che l’uomo lascia dietro di sé talvolta possono essere molto espressive.

Lei stampa le suo foto da sé, non ha mai pensato di arrendersi al digitale?

tatge-5Lavoro più con il digitale che con il mio banco ottico.  Per quasi tutti i lavori professionali utilizzo i più recenti strumenti digitali, ma per le mie ricerche personali preferisco il banco.  Mi rendo conto che ci sono delle migliorie indiscutibili che dobbiamo alle nuove tecnologie, ma come in quasi tutti i settori, abbiamo perso alcune cose molto belle ed importanti. Chi negherebbe l’importanza della televisione?  Ma dove sono andati a finire tutti quei gruppetti di amici che si trovavano dopo cena all’aria aperta a scambiare storie e racconti?  Nella fotografia credo che la facilità e la rapidità con la quale è possibile scattare e vedere i risultati abbiano sovra-saturato il mondo di immagini che spesso sono anche molto superficiali.

E la facilità di intervenire, modificando l’immagine anche radicalmente, ha fatto sì che la fotografia assomigli sempre di più alla pittura.  Invece di chiamarsi fotografi tutti si chiamano ora “artisti”.  A me non piace molto questo scenario. Trovo che la fotografia ha delle sue caratteristiche fondamentali che andrebbero valorizzate.

Potrei sembrare reazionario, ma trovo che alcuni “artisti” della fotografia stiano tornando indietro (in chiave contemporanea ovviamente) ai tempi dei fotografi “pittorialisti fin de siecle”.  Non trovo il senso, ad esempio, nel presentare fotografie che rassomiglino a quadri astratti dei pittori “color field” di 50 anni fa.  Ma sì che capisco il senso: cosi i galleristi possono chiedere 10 volte di più!

Quali sono i fotografi che l’hanno maggiormente influenzata?

Il mio primo eroe è stato HCB (Henri Cartier Bresson).  Ma non essendo io un bravo street photographer, ho iniziato ad avvicinarmi ad una fotografia più ambigua, più lenta e forse un po’ più profonda, rappresentata da personaggi come  Walker Evans, Minor White e Paul Strand.

Le sue immagini sono asciutte, assolutamente, essenziali, direi francescane nella composizione, il suo modo di fotografare è una sorta di lavoro a sottrarre… è d’accordo?

Non mi sono mai associato con i monaci francescani anche se, avendo vissuto in Umbria 12 anni, qualche volta ho pensato che sarebbe bello poter appartarmi lontano da un mondo spesso così violento e crudele.
Forse il fatto che devo comporre l’immagine sotto per sopra nel vetro smerigliato mi impone di prestare molta attenzione alla composizione.  L’immagine non è più razionale quando la vedi così, per cui non hai altri elementi che la composizione, gli spazi vuoti e pieni, a disposizione per “costruire” la fotografia.

Qual è il luogo tra quelli che ha fotografato che meglio la rispecchia, quello dove si è trovato più a suo agio?

Il meridione d’Italia.  Ha ancora tanti spazi che sono liberi dalle costruzioni e dalle porcherie dei centri commerciali.  E’ una sorta di paesaggio misterioso, ambiguo, melanconico. La precarietà è un tema che mi perseguita da molto tempo.  La precarietà di tutto, del paesaggio, dell’amore, della vita stessa.  E’ il meridione che più rispecchia queste mie fobie o manie.

La mostra ‘Presenze. Paesaggi italiani’, attualmente è visitabile a Trieste presso le sale espositive di Palazzo Gopcevic ed è stata prorogata fino al prossimo 14 giugno.

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